IL COACHING PER RAGGIUNGERE L’ECCELLENZA

Riflessioni di Michele Battezzati – sportivo, fondatore di TENNIS WE CAN, articolista di riviste sportive cartacee ed on line

Michele Battezzati

In tempi recenti ho seguito un incontro di tennis professionistico che ha visto perdere un talentuoso tennista, contro un avversario certamente inferiore da un punto di vista tecnico. Questa sconfitta è stata, a mio avviso, dovuta ad una certa mancanza nel suo sentire la “presenza empatica” con il Coach, nel corso della sfida. Questa mia chiave di lettura è stata ulteriormente avvallata dal fatto che, ho saputo a posteriori, il rapporto tra i due era appena iniziato, ed essendo a me ben note le indiscutibili competenze del Coach, sono certo che in futuro la loro intesa sarà destinata decisamente a crescere.

Affronto questo tema sulla base di una mia decennale esperienza come fondatore di un gruppo sportivo; la mia conoscenza non è derivata dal settore professionistico, bensì da un consistente lavoro di sviluppo sociale, svolto sul campo. Per me lo sport rappresenta una pura passione, coltivata dopo gli impegni di lavoro e di famiglia. Nel fare sport, credo di aver saputo essere in questi anni un buon motivatore, ottenendo soddisfacenti riscontri dalle persone che ho stimolato ad incontrarsi nel corso degli eventi. Negli anni il nostro gruppo sportivo (uso doverosamente il plurale maiestatis), ha visto la partecipazione di oltre 2500 persone,  divenendo un fulcro di ben quattro gemellaggi, in quattro diverse regioni italiane (Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Piemonte).

Grato per aver vissuto questa particolare esperienza sportiva, mi piace fornire all’occorrenza un punto di vista che possa offrire nuovi spunti di riflessione, relativi allo sport declinati anche alla vita di tutti i giorni.

Cosa intendo dunque per “presenza empatica”?   Mi riferisco a quella presenza non fisica, ma di profonda sintonia di animo e pensiero che può instaurarsi nel coaching,  che deve essere resistente come una fune d’acciaio, e che non debba farsi turbare da alcun evento esterno. Quando l’atleta professionista scende in campo, deve sentirsi in perfetta simbiosi con il proprio Coach, anche non in sua presenza. L’atleta mette in atto tutta la sua forza fisica ed il talento, mentre il metodo e l’ordine mentale sono delle qualità derivate dal coaching. Per questo oggi sentiamo parlare anche di “Mental Coach”, figura determinante nel mondo professionistico per raggiungere risultati di eccellenza assoluta, tenendo innegabilmente presente che, quando si perde una sfida, il primo dei meriti va comunque riconosciuto all’avversario.

Ho voluto citare questo esempio di un fatto realmente accaduto, perché è abbastanza intuibile sul quanto sia determinante conoscersi a fondo, e fidarsi istintivamente nei rapporti professionali e di vita quotidiana. Questo match agonistico, potremmo paragonarlo alle nostre sfide nella vita di tutti i giorni, ed appurata l’importanza di possedere una buona strategia di coaching per affrontare le difficoltà,  proviamo  in seconda battuta,  a declinare il ragionamento a noi, che ogni giorno siamo chiamati a prendere delle decisioni, più o meno importanti per il presente ed il futuro.

Pensiamo ai recenti drammatici giorni dell’emergenza pandemica mondiale del Coronavirus, al distanziamento sociale che tutti noi siamo stati chiamati a rispettare, fortemente turbati dai drammatici eventi e da un nemico tanto reale quanto invisibile.

In questa situazione, una sottolineatura va fatta certamente per i più giovani, che stanno mettendo in atto la loro massima forza interiore per vivere questo difficile momento della loro crescita. Nello sport, gli iscritti alle scuole delle varie discipline sportive, abituati prima  a rapportarsi settimanalmente con i loro istruttori tecnici, da un giorno all’altro sono stati costretti a sospendere il lavoro sul campo, ed a restare a casa. Quanto importante  può diventare pertanto, in queste situazioni, il ruolo di un Coach per mantenere comunque alto il livello dell’asticella nelle motivazioni di un giovane, pensando ad esempio alle atlete ed atleti che stanno coltivando il sogno del professionismo. Il Coach nelle situazioni di turbamento esterne al campo di gioco, ma interiori nell’animo dell’atleta, può rappresentare certamente la figura di riferimento più importante.

In campo professionale, altro esempio, una azienda o un lavoratore potrebbe chiedere l’assistenza di un Coach per affrontare un cambio di ruolo organizzativo, o per gestire delle situazioni particolarmente stressanti, fermo restando l’assoluta condivisione progettuale tra azienda e dipendente.

Ecco perché questo ruolo assume sempre più una certa importanza a vario titolo per le persone, per affrontare le incertezze, le opzioni rischiose nella vita, nella professione o nello sport. La mia considerazione finale è positiva in tal senso, in particolare se si arriva ad avere un ottimo rapporto con il Coach, sentendo nella propria interiorità la sua “presenza empatica”,  e poter cosi raggiungere il  miglior livello della nostra eccellenza.

Michele Battezzati ed alcuni membri del gruppo sportivo TENNIS WE CAN

Tempo di Bilancio

Ogni tanto è utile “ripensarsi”, ragionare su di sé, sulle scelte di una vita, su ciò che è certo e ciò che non lo è, o magari non lo è più. Fermarsi a riflettere, con un ideale evidenziatore in mano, e sottolineare le proprie attitudini, le qualità resilienti, le aspirazioni progettuali ed anche i propri limiti, le porte chiuse, le stanze vuote nei nostri più intimi pensieri. Si chiamano skills in gergo tecnico, che in sostanza vuol dire chi siamo, cosa facciamo e come lo facciamo….sembra poco, ma non lo è…sembra semplice e lo è ancora meno! Ogni tempo può essere un tempo di bilancio delle proprie competenze, ma forse questi giorni, che di tempo tutti ne abbiamo, volenti o nolenti, assaporare l’idea di impegnarsi in un Bilancio delle Competenze strutturato e condotto assieme ad un professionista specializzato può rivelarsi una buona scelta. L’isolamento terminerà, le attività riprenderanno, ma i segni su ogni singolo individuo permarranno…siamo animali sociali, ci siamo evoluti come specie anche per la nostra capacità aggregativa, per una innata spinta al “team group”… che ci ha permesso di riprodurci, proteggerci, difenderci e poi inventare, costruire, condividere, migliorare. In questo periodo siamo “più distanti” fisicamente e scopriamo il valore che per noi hanno gli altri, cosa e quanto sappiamo fare da soli, quanto ci pesa non condividere un momento, uno spazio, a volte un pensiero. In questi giorni ci imbattiamo nelle nostre capacità resilienti, ma dobbiamo fare i conti necessariamente anche con le nostre fragilità. Il Bilancio delle Competenze è un utilissimo strumento di auto-analisi per vivere questo periodo e soprattutto per affrontare il periodo che seguirà, quando si riapriranno le porte, quando potremo guardarci di nuovo negli occhi, quando dovremo fare i conti con la ricostruzione, il rinnovamento e forse l’auto mutuo aiuto. Alla pagina  del sito Il counselling aziendale e il bilancio delle competenze è possibile leggere di che si tratta, che cosa vuol dire “investire qualche ora su di sé” a favore di un benessere personale, familiare e professionale. L’unico consiglio che da professionista mi sento di dare è di non fare da soli, non fare con tempi e modalità scostanti; è importanti “rispettarsi”, contattare una persona esperta, specializzata della compilazione di Sintesi di Bilancio e provare a “fidarsi ed affidarsi”, concedersi un tempo di ascolto e mettersi in gioco. Si faranno scoperte, sradicheranno convinzioni e consolideranno attitudini personali; se supportati dal un consulente, non si potrà che beneficiare di un percorso di bilancio. Se qualche lettore coglierà questa opportunità mi piacerebbe poi ricevere un feedback su quanto esperito, scrivendomi direttamente una email attraverso la pagina Contatti, che potrebbe poi essere, se consentito da chi scriverà, anche condivisa nel BLOG che scorre a fine HOMEPAGE. Condividere emozioni ed esperienze fortifica e ci fa crescere, di questo ne sono da molto tempo profondamente convinta.

Il valore del tempo

Sono giorni di privazioni, sono ore di diverse occupazioni, sono minuti di riflessioni ed attimi di attenzioni… Siamo attenti a cosa in questi giorni? Attenti a chi? A quanto siamo disposti a rinunciare? Cosa siamo disposti a modificare, adattare, riorganizzare dentro e fuori di noi? Il counselling mi ha insegnato ad accogliere amorevolmente, ad ascoltare attivamente, a provare a sospendere il giudizio. Non sempre questo è possibile, certamente non è sempre facile, ancora meno spesso si è disposti a farlo. Una cosa, però, si può provare al fare: ragionare sul “tempo”, sul concetto di tempo e soprattutto sul valore del tempo. Si può provare a fare questo in maniera proattiva, non un pensiero fugace e via, ma uno “studio” concreto ed efficace su come si impiega il tempo nella quotidianità… non in particolare ora, in questo mondo sospeso e quasi surreale che stiamo abitando in questi mesi, fatto di attese ed intime paure, di solitudine forzata e di finti interessi per far passare le giornate, no, quel che intendo è una riflessione sui tempi di vita della quotidianità, quelli prima del COVID-19 e quelli che riprenderemo a vivere tra qualche tempo. Perché fare questo? Per migliorare, per valorizzare, per rimodulare la nostra quotidianità a beneficio di nuove e più gratificanti occupazioni, di innovativi apprendimenti, di rinnovate relazioni umane. Semplice e facile è praticare questo esercizio di riflessione, basta dividere un foglio bianco in quattro quadranti e dare a ciascun quadrante un titolo: nel primo inserire tutto ciò che nella vita professionale/affettiva/familiare si ritiene URGENTE e contemporaneamente IMPORTANTE ; nel secondo ciò che si ritiene sempre URGENTE, ma decisamente POCO IMPORTANTE; a seguire nel terzo quadrante sarà possibile inserire ciò che invece si ritiene NON IMPORTANTE, ma MOLTO URGENTE, ed infine, nell’ultimo quadrante, ciò che, oltre ad essere POCO IMPORTANTE, NON è neanche URGENTE.

Graficamente questa analisi personale si potrebbe rappresentare così:

Sperimentarsi in questo esercizio farà comprendere tanti aspetti di sé e della propria gestione del tempo… Che cosa ci affanna? Che cosa pensiamo di dover fare solo noi? Che cosa riusciamo a delegare? Ci occupiamo tutti i giorni più di cose IMPORTANTI o solo e sempre di cose URGENTI? Non c’è giudizio in tutto questo, c’è riflessione, valorizzazione dei personali tempi di vita, anche quelli sprecati, evitati, rincorsi, poco considerati. Il fine è quello di riorganizzare positivamente, laddove ce ne sia bisogno, accogliendo ed accettando sé stessi, ma imparando anche a riformulare, rinnovare, ricercare nuovi equilibri a beneficio del personale ed altrui benessere psico-fisico.

Il fascino dell’apprendimento

Riporto interamente e fedelmente un articolo di Vincenzo Brancatisano letto su www.orizzontescuola.it, relativo ad un intervento del Prof. Umberto Galimberti, in occasione di una presentazione pubblica del suo libro ” “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo”, edito da Feltrinelli.

Lo riporto così, senza commenti od osservazioni personali, perché credo non ce ne sia bisogno, ha suscitato, però, il mio interesse ne condivido molti passaggi. Di seguito il testo dell’articolo.

“Occorrono insegnanti affascinanti ma non è così. Oggi il ragazzo si deve ritenere fortunato se su nove docenti ne ha due carismatici, e questo è un grosso problema. Prima di essere mandati in cattedra, gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità, per comprendere se hanno la passione dell’insegnamento, ma da parte loro i genitori devono mettersi in testa che i docenti devono essere difesi. Sempre”. È questo il pensiero del filosofo Umberto Galimberti, intervenuto ieri al Forum Monzani di Modena alla presentazione del suo ultimo libro intitolato “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo”, edito da Feltrinelli.

“Le maestre vanno difese, sempre”, ha insistito. “Quando i bambini vanno a scuola sviluppano nuovi binari di affettività, soprattutto quello bambino-maestra”. Altro che aggredire gli insegnanti con pugni e calci, magari davanti a loro. “Se i genitori parlano male delle maestre devono sapere che stanno violentando la sfera dell’affettività del bambino. Una delle prime manifestazioni della schizofrenia, che notiamo alla fine dell’adolescenza, è la scissione dell’affettività. Non diventano tutti schizofrenici ma certo questa cosa non contribuisce alla sfera armonica dell’affettività. Se uno parla male dell’altro, poi il bambino non ci si fida di nessuno, ma poi non ci meravigliamo che da più grandi combina dei guai e lo troviamo a lanciare sassi dai cavalcavia o a fare il bullo. I genitori devono mettersi in testa che devono difendere le maestre, sempre. Fanno un lavoro pazzesco, io darei lo stipendio da professori universitari alle maestre e quello delle maestre ai professori universitari”.

Bisogna stare sempre dalla parte delle maestre, dunque, “e anzi espellerei i genitori dalle scuole, a loro non interessa quasi mai della formazione dei loro figli, il loro scopo è la promozione del ragazzo a costo di fare un ricorso al Tar, altro istituto che andrebbe eliminato per legge. E alle superiori i ragazzi vanno lasciati andare a suola senza protezioni, lo scenario è diverso, devono imparare a vedere che cosa sanno fare senza protezione. Se la protezione è prolungata negli anni, come vedo, essa porta a quell’indolenza che vediamo in età adulta. E la si finisca con l’alternanza scuola lavoro, a scuola si deve diventare uomini, a scuola si deve riportare la letteratura, non portare il lavoro. La letteratura è il luogo in cui impari cose come l’amore, la disperazione, la tragedia, l’ironia, il suicidio. E noi riempiamo le scuole di tecnologia digitale invece che di letteratura? E’ folle. Guardiamo sui treni: mentre in altri Paesi i giovani leggono libri, noi giochiamo con il cellulare. Oggi i ragazzi conoscono duecento parole, ma come si può formulare un pensiero se ti mancano le parole? Non si pensa o si pensa poco se non si hanno le parole”.

Il libro di Galimberti riprende i temi del suo fortunato “L’ospite inquietante”, volume dedicato qualche anno fa al tema del nichilismo dei giovani. L’ultimo libro prende lo spunto da decine di lettere, precisamente settantadue, spediti al filosofo da adolescenti o poco meno che trentenni. Tanto l’adolescenza prosegue oggi oltre l’età dell’adolescenza. La novità è che i giovani non negano più il nichilismo che li pervade, per questo lo definisce nichilismo attivo, essi sono pienamente consapevoli delle grave dimensione psichica in cui versano. Lo spaccato secondo l’autore dà un’idea di giovani che non è quello che danno insegnanti e psicologi. È come caduta la dimensione dell’inconscio cristiano che tutto sia salvabile, che il futuro sia sempre positivo. “L’umanità non è sempre in progresso”, ha spiegato, “ma è caratterizzata anche da processi di regressione”. Quelli che stiamo vivendo in maniera drammatica, per tanti versi.

Ma che cos’è il nichilismo? “La definizione di nichilismo è quando si svalutano tutti i valori. I valori sono coefficienti sociali con cui si decide di convivere in una comunità. Ma occhio a chi parla di valori che non ci sono più, non si tratta di questo. I valori possono cambiare. Quel che manca è lo scopo, parola la cui etimologia greca indica il guardare, guardare non il panorama, ma il bersaglio preciso dell’osservazione, quello che si focalizza ad esempio con il telescopio, con l’endoscopio”. Lo scopo, appunto. E lo scopo riguarda il futuro, ma il futuro non è una promessa per questi giovani.

È una minaccia? “Non so se è una minaccia, di sicuro è imprevedibile. Ai miei tempi, una volta laureato, io sapevo che dopo la laurea ci sarebbe stato un concorso e che presto avrei avuto un posto come insegnante di filosofia. Ora chi si laurea in filosofia sa per certo che non riuscirà a insegnare”.

E se il futuro non è una promessa, esso non retroagisce alla fase della costruzione delle motivazioni. “E allora il giovane si chiede: perché  devo stare al mondo? Lo scorso anno ci sono stati cinquecento suicidi tra gli studenti”.

In una situazione del genere e sempre considerando che gli adolescenti sono una forza della natura, con i problemi e le trasformazioni del corpo, con gli interrogativi terribili connessi alla scoperta della sessualità, “la scuola non può essere l’ultima istanza, il giudizio ultimo che spinga a tale gesto definitivo”. Ma si può uscire dal nichilismo? “Io dico di no”, conclude Galimberti. “Noi siamo tutti cristiani anche se atei e il Cristianesimo ha diviso il tempo in tre fasi, il passato (con il peccato originale), il presente (con la redenzione), il futuro: con la salvezza. Ciò ha alimentato anche la scienza, che è profondamente cristiana, per la scienza il futuro è progresso. Anche Marx è cristiano, il futuro è per lui giustizia sulla terra. Per Freud è guarigione dalla nevrosi. E grazie all’inconscio collettivo coltiviamo la speranza come cosa positiva”. Sennonché? “Sennonché” Nietzsche ci avverte che Dio è morto” Con tutto quel che segue.

I giovani, prosegue il filosofo, che è stato a lungo insegnante liceale, “non devono esser visti dal momento della giovinezza, ma fin da quello della nascita. Nei primi sei anni di vita, dice Freud, si formano le modalità cognitive, cioè il modo di conoscere il mondo, modalità di tipo logico razionale, estetico, metafisico, teologico, insieme alle modalità emotive: come sento gli eventi del mondo, che risonanza emotiva hanno dentro di me? Da queste ultime dipendono molte nostre decisioni, come quelle che determinano ad esempio l’acquisto di una casa se davvero la si avverte come un luogo dove ci si sente a casa, indipendentemente da valutazioni razionali come il prezzo o l’orientamento della medesima. Ecco, queste mappe si formano nei primi anni di vita”.

E come si formano oggi? Forse siamo al punto cruciale. “Oggi si formano come capita. Il padre e la madre lavorano e tornano a casa tardi, il bambino è stato con la baby- sitter, davanti alla televisione o allo smartphone”.

La donna che lavora. “Sono contento della liberazione della donna e difendo il suo ruolo attivo nella società”. Però? “Però non possiamo negare che quando si torna a casa non c’è più il tempo di capire quali siano le mappe emotive del bambino. Che invita la mamma e il papà a guardare il disegno che ha fatto a scuola e loro Come gli rispondono? ‘Te lo guardo domani’, cioè mai. L’identità è il prodotto del riconoscimento che gli altri mi danno. Il papà o la maestra che mi continuano a dire sei un cretino o sei bravo. L’identità è il prodotto dei riconoscimenti. Se i genitori non hanno tempo di vedere ciò che fanno i figli, i figli vengono su come possono. Bambini soli con cartoni animati e smartphone? Niente di male. Ma si sappia che in questi casi le modalità emotive si formano a caso, cioè come capita. Le neuroscienze oggi ci dicono che si formano già nei primi tre anni, non nei primi sei. I bambini non sanno di progredire, sono i genitori a vederli progredire. E si badi bene che le parole dei genitori sono seguite dai figli fino a che questi hanno dodici, massimo tredici anni, poi con la scoperta sessuale le parole non servono più. O si parla prima, molto prima, o tutto è perso, non le seguono più. Bisogna parlare molto prima se vogliamo tenere la porta aperta. La parola è fondamentale nei primi anni. I bambini fanno domande filosofiche con i loro continui perché? che meritano sempre una risposta, non una risata”.

Poi i bambini vanno alle elementari. “Se si fanno errori nell’infanzia”, sottolinea Galimberti, “non ci si può meravigliare di quel che succede dopo. Vedo questa continua guerra con le maestre. Quando i bambini vanno a scuola sviluppano altri binari di affettività. E quando i genitori parlano male delle maestre stanno incidendo negativamente sulla sfera dell’affettività del bambino. I genitori si devono mettere in testa che devono sempre stare dalla parte delle maestre. Le maestre fanno un lavoro pazzesco”, non solo insegnano, ma accolgono i pianti dei loro figli, le frustrazioni, le delusioni, la gioia, i conflitti, la rabbia”. Io darei alle maestre lo stipendi dei professori universitari e ai professori universitari quello delle maestre. Semmai espellerei i genitori dalle scuole. Li introdusse Malfatti, un cognome un programma”.

“Poi arriva l’adolescenza, certe parti del corpo si scopre servano ad altro, non solo alla minzione, ma anche al piacere e alla procreazione, ciò che coinvolge pesantemente la psiche delle ragazze con l’arrivo delle mestruazioni. Adolescenza è una fase critica, e crisi sul piano dell’etimologia in greco significa giudicare. Ma come si educa tutta la formazione emotiva e sentimentale di questi ragazzi? Platone diceva che la mente si apre quando si apre il cuore di questi ragazzi. L’apprendimento avviene per fascinazione. Occorrono insegnanti affascinanti ma non è così. Oggi il ragazzo si deve ritenere fortunato se su nove docenti ne ha due carismatici, e questo è un problema grosso. Tutti noi studiavamo molto le materie dei prof che ci affascinavano. Come mai? I professori non devono diventare amici, non devono andare a mangiarsi la pizza con i propri studenti, ma questo errore lo fanno i genitori purtroppo. I genitori non devono essere amici perché così non consentono di uccidere il padre, invece devono uscire, devono sbattere la porta, se non fanno l’Edipo in famiglia lo faranno prima o poi da un’altra parte, allo stadio, lo faranno contro la polizia”.

Quanto ai professori, chiamati a questo arduo compito, e anche se so che mi prendo delle critiche, “io propongo che vengano sottoposti a un test di personalità per capire se questo mestiere lo fanno per lavoro o per passione. I prof hanno a che fare con i ragazzi e devono avere la passione, devono anche sapere affascinare, senza mangiare la pizza insieme. Del resto tutti quelli che vanno a lavorare nel privato fanno un colloquio che non è altro che un test di personalità. Uno che è alto un metro e cinquanta non può fare il corazziere, però uno che non ha motivazione per insegnare lo porti in ruolo per demotivare centinaia di ragazzi? Poi c’è un dato oggettivo: bisogna fare classi di massimo dodici, quindici studenti. Con classi di trenta alunni hai già deciso che non si educa. Educare significa educare la parte emotiva sentimentale e individuare le parti diverse dell’intelligenza, da quella matematica a quella musicale, a quella corporea, bisogna seguire questi ragazzi e capire il loro sviluppo”.

Ragazzi e ragazze in preda alle pulsioni sessuali, a quell’età. “Ma se rimangono a livello delle pulsioni avrete il bullo. Quando una scuola ha un bullo lo sospende. E invece lo deve tenere il doppio a scuola e portarlo a un livello più alto, cioè al livello delle emozioni. Emozione vuol dire scoprire che risonanza emotiva hanno dentro di me gli eventi del mondo. Sempre più spesso non si sente la differenza tra corteggiare e stuprare una ragazza. Vuol dire che non è arrivata ancora la fase emozionale. Pensiamo ai sassi lanciati dal cavalcavia, ho incontrato questi ragazzi che mi dicono che era un gioco. E il caso di Omar e Erika. Se oggi, dopo anni dal delitto si frequenta lo stesso bar di prima del delitto, questo cosa vuol dire? Non si registra la differenza tra bene e male. La psiche non registra più la differenza tra ciò che è grave e ciò che non lo è.

Un messaggio ai genitori. Ai tanti genitori in sala. “Se li riempite di giocattoli, voi estinguete nel bambino il desiderio. Il bambino non desidera più ciò che non ha perché ha già tutto. Se l’intervallo tra sé e il giocattolo non c’è più, vuol dire che si estingue il desiderio e la psiche diventa apatica”. La psicoapatia, sempre più in agguato. “Se uno desidera, desidera cambiare il mondo. Quando vi trovate davanti una società che non desidera più cambiare il mondo, significa che i bambini, i ragazzi, i giovani hanno perso il desiderio. Bisognerebbe non averne, di giochi, e farli da sé”.

Genitori sempre più preoccupati che i bambini non si annoino, che si divertano sempre, che siano occupati e iperstimolati. Ma “la noia è fondamentale nel bambino. I bambini che si annoiano non sono un male, è semmai la precondizione per crescere. I bambini invece sono sottoposti a una serie impressionante di stimoli, danza, calcio, inglese… non ce la si fa. Non-ce-la-si-fa! Quando hai iperstimoli succede che o vai in angoscia o abbassi la soglia degli stimoli e diventi psicoapatico. Per non esporsi all’angoscia, i bambini infatti si autolimitano nella percezione degli eventi del mondo”.

E veniamo ai sentimenti. “Non è una questione romantica, è soprattutto una facoltà cognitiva. I greci lo sapevano. Una mamma sa che quando un bambino frigna ha bisogno di qualcosa. Si parla di intelligenza emotiva. Le nostre nonne, almeno ai miei tempi (le nonne di oggi pensano al lifting), ci raccontavano storie truculente, bisogna far conoscere il male e anche la morte ai bambini. Invece spesso non hanno il senso della realtà, certo non gliela fanno vedere. Ma per vederla ci sarebbe un mezzo, questo mezzo è la letteratura. E’ questo il luogo in cui impari cose come l’amore, la disperazione, la tragedia, l’ironia, il suicidio. E noi riempiamo le scuole di tecnologia e di digitale, invece che di letteratura? E’ folle. Peraltro da varie indagini viene fuori che uno o due ragazzi su trenta leggono, mentre gli altri guardano su google o sui riassuntini, siamo all’ultimo posto in Europa a saper comprendere un testo scritto. La cultura paga anche in termini economici, ma noi giochiamo con il cellulare mentre gli altri leggono. Oggi i ragazzi conoscono duecento parole. E con una sola parola esprimono sentimenti anche opposti. I giovani sono nel massimo della forza fisica. Hanno bei corpi. Loro lo sanno e giocano questo valore. Sono al massimo della forza sessuale e della capacità ideativa. E cosa fa la società? Li manda a fare lo stage, introduce l’alternanza scuola e lavoro. Scuola e lavoro? La competenza la devi conquistare all’università. A scuola devi diventare uomo”.

Infine un avvertimento, che nasce dall’analisi delle lettere ricevute. “I giovani mi dicono: noi non parliamo con i genitori e gli insegnanti perché sappiamo già cosa ci dicono. E poi scrivono meglio dei professori. Mi capita di leggere lettere dei professori, ogni tanto le devo correggere. Sulla scuola le cose le ho imparate dai ragazzi. E poi dicono ancora: per favore, cari adulti, non ci indicate il denaro e l’immagine sociale come unici obiettivi della nostra esistenza”.

 

Vele tra le righe…

Con piacere condivido con i lettori degli articoli che di tanto in tanto pubblico e con gli amanti della vela il racconto che ho scritto per il periodico mensile Bolina. Il brano è stato pubblicato sul numero 352  di maggio, alla pagina 95 ed è risultato il vincitore del concorso annuale “Sapore di mare 2017”. Sono particolarmente contenta per questo risultato, citato anche sulla pubblicazione di questo mese e riporto qui il testo… vuol essere uno spunto per immaginare, riflettere, osare, inseguire sogni…oltre che condividere emozioni!

“C’è un vento che ti arriva sulla faccia ed è più forte di te. C’è un vento che mette in ordine i pensieri, li mette tutti in fila, li osserva, ci gira intorno e poi ne spazza via un bel po’. Mi ricordo una sera di giugno, io mangiavo il mio gelato al fior di latte seduto su un pontile galleggiante, dondolavo le gambe seguendo lo spostamento lieve dell’acqua sotto di me e guardavo di traverso, come solo io so fare-dice la maestra-piccoli pesci che non sono tanto buoni da mangiare. Mia madre disse“Voglio iscriverlo ad un corso di vela”, mio padre rispose“Perché?”. Mia madre mi guardò gentile, io dondolavo seguendo le mie gambe, che seguivano le piccole onde del porto, che coccolavano i pesci. Io la guardavo, ma mia madre non lo sapeva, perché la guardavo di traverso, dondolando. Mia madre, senza togliere lo sguardo da me, disse a voce bassa“Proviamoci!” e mio padre sospirando triste rispose“Sarà un fallimento!”. La piccola vela dell’Optimist dove mi fecero salire la mattina dopo era bianca come il fior di latte, con delle scritte rosse come le fragole mature, e poi faceva uno strano fischio, sventolava fischiando. Mi piaceva quella piccola barca tutta per me, non avevo paura, mi sentivo libero. Potevo pensare quello che volevo ed il mare mi ascoltava. Da quella prima volta decisi che la mia navigazione sarebbe sempre stata a colori, ed un po’ anche ad odori e sapori; per imparare le cose, soprattutto tutti quei termini strani, avevo bisogno di questo. Ed allora le scotte diventarono “i peperoncini rossi”, i parabordi “le melanzane blu”, i candelieri “i verdi flauti magici” ed i venti e le andature diventarono un arcobaleno di colori. La Tramontana da quella mia prima estate in barca divenne blu come le notti stellate, il Grecale verde bottiglia, il vento di Levante fu sempre celeste, con delle punte di giallo, come certe albe sull’Adriatico, lo Scirocco decisamente arancione, l’Ostro ocra, un colore che sa di terra, il Libeccio ecru, come i vestiti di certe persone venute dall’Africa, il vento di Ponente era difficile, un po’ rosso ed un po’ viola, il Maestrale grigio come il ghiaccio. Ma il bello era regolare le vele, prima la piccola vela della barchina incantata e solitaria, fior di latte e fragole, poi le vele grandi, delle barche “vere”-diceva mia madre-la randa e il fiocco. Lei ricordava solo questi due nomi ed ancora oggi batte forte le mani quando isso una vela e dice con l’emozione negli occhi e nella voce “Bravo! Bravo!”. Magia delle andature, il mio tempo ed il tempo del mare, io e il vento, che ci parliamo nel nostro linguaggio segreto e ci mettiamo d’accordo su quanto correre sull’acqua. Tutte le boline erano dei colori del mare, dall’azzurro intenso al celestino, dal traverso in poi arrivavano i verdi, il fil di ruota non aveva colore, perché non mi piace essere spinto dal vento…è un po’ come essere toccato, abbracciato alle spalle, e questo mi ha sempre fatto urlare moltissimo. Il 27 giugno di 7 anni dopo camminavo lungo la banchina, stando ben attento a mettere un piede avanti all’altro a 10 cm esatti di distanza dalla lunga fila delle bitte di sinistra. Una donna bionda mi sorrise e mi chiese forte“Come ti chiami?”, io cominciai a dondolare, la testa inclinata a sinistra, avevo perso il conto dei passi e non risposi, ma cautamente mi avvicinai a lei. “Sei il ragazzo che esce in mare da solo ogni mattina, vero?” ed io“E voi siete la coppia dell’Hallberg-Rassy 42 Enderlein di Rassy e Enderlein, da non confondere con l’HR 42 di Frers. Ogni anno arrivate qui il 19 di giugno e ripartite il 29, e a volte tornate il 14 settembre e vi fermate solo 3 giorni. Fra due giorni partite”. Lei mi sorrise di nuovo e chiamò lui. “Abbiamo un intenditore qui!”, “Sì, mi piace la vostra barca, anche se preferisco la P28, la prima, quella del ’63. E comunque la vostra batte i concorrenti: Atlantide 42 del Cantiere Franchini, ad esempio, o il Najad 420 o il Contest 42”. Mia madre non sapeva che leggevo di barche di notte e mio padre non sapeva neanche che io sapessi leggere. “Sali a bordo marinaio!” disse lui svelto. Per me quei due erano una coppia color oro, lei era gialla come l’allegria e lui era rosso come la passione. Insieme facevano una
coppia oro luccicante. “Fammi una gassa” disse lui, snello e furbo, ed io in silenzio e ad occhi chiusi la feci. “Come te la cavi al timone?”-“Tengo la rotta…e parlo col vento” aggiunsi piano. Lei seria disse “Questo serve moltissimo!” e lui “Ho bisogno di equipaggio per tre mesi, fammi parlare con i tuoi genitori”. Sono 5 anni che lavoro con loro; giro il Mediterraneo con il vento sulla faccia, imbarco e sbarco persone, amici, turisti, studiosi. Sono un bravo marinaio ed anche un discreto cuoco. Parlo poco, evito gli abbracci, dondolo un po’, ma in mare tutto questo non è un difetto. I medici ed i miei genitori la chiamano soddisfatti “borsa lavoro”. Io non ho mai capito il nome della mia malattia: disturbo dello spettro autistico. Lo spettro è un fantasma ed i fantasmi sono trasparenti, privi di colore e si perdono nel vento. La mia vita è tutta vento e colori invece: vele, drizze, scotte, winch e tutto il sartiame. Ogni tanto, senza dirglielo, ringrazio mia madre per avermi immaginato marinaio, e mio padre per non averci creduto affatto, e gli istruttori dai mille colori, e la coppia oro, che sa di mare, ma soprattutto ringrazio il vento, i pesci e le barche… compagni di profonde emozioni e silenziosi interminabili discorsi con me stesso.”

Star bene… si può!

Il Centro Armonico – Associazione per lo sviluppo del benessere psicofisico –  invita tutti a partecipare alle due giornate di Open Day, i giorni 23 e 24 Settembre 2017. Insieme vivremo esperienze nuove ed intense, caratterizzate dall’autenticità e dalla professionalità dei relatori e dei conduttori dei corsi, dallo spirito comunitario e partecipativo di chi apprezza nuovi apprendimenti teorici e pratici e dalla possibilità di sperimentare gratuitamente discipline sportive e trattamenti individuali.

Per chi desiderasse ricevere ulteriori informazioni è possibile consultare il sito www.centroarmonico.it

Di seguito il programma completo dei due giorni, il primo principalmente dedicato alle conferenze ed il secondo alle esperienze pratiche. L’ingresso è  libero e gratuito in entrambe le occasioni!


Sabato 23
15.15 benvenuto ed inaugurazione.

15.30 “Riequilibrio degli ambienti col Feng Shui” conferenza con Francesco Orazi, naturopata ambientale

16.30 “L’energia vitale della donna” presentazione degli incontri di Empowerment Femminile con Annarita Corradini, psicologica.

17.30 “Lo shiatu tra oriente ed occidente. Una disciplina antica sempre attuale” presentazione della Scuola Professionale Shiatsu KiHara con Luisella Frati, operatrice professionale shiatsu APOS.“

18.30 “Il soggetto e il suo mondo interiore: il percorso verso l’interiorità” conferenza con Alessandra Faini Bartolini, psicologa.

Domenica 24


9.15 Danza Araba Orientale pratica e presentazione del corso con Francesca Sgreccia.

10.15 Qi Gong: pratica e presentazione del corso con M.Vittoria Capone.

11.15 Pilates: pratica e presentazione del corso con Monia Sabbatini

12.15 Biosistemica, approccio originale al rapporto mente-corpo: incontro tra azione, emozione e pensiero” esperienza pratica con Serena Baleani, psicologa.

15.00 Yoga Dinamico, Yoga e Meditazione: pratica e
presentazione dei due corsi, con Lee Joo Hyung, M. Vittoria Capone e Annarita Corradini.

16.30 Riflessologia plantare: “Con le ali ai piedi” autotrattamento del piede per un sollievo immediato. Con Emanuela Gioacchini,
riflessologa e naturopata.

17.30 Canto Terapeutico: esperienza pratica energetica che utilizza esercizi di respirazione, terapie egizio-essene e
speciÞci suoni vocali. Con Walter Giannini, operatore di
terapie egizio-essene e counselor sistemico.

18.30 Laboratorio di Mandala: pratica e presentazione del ciclo di incontri. Con Isabella Trabalza, erborista ed operatrice olistica.

19.30 Chiusura lavori

Idillio Crepuscolare di Sharon Ranzuglia

Con piacere pubblico un testo inedito scritto da una brillante e motivata studentessa del liceo classico “Filelfo” di Tolentino (MC), a testimonianza della vivacità intellettuale e creativa dei giovani contemporanei, portatori di talenti e di profonde ed autentiche emozioni… grazie Sharon!

Uscendo di casa quella sera si sentì avvolgere da una strana atmosfera, particolare.

Non avrebbe saputo definire quella sensazione, né avrebbe saputo dire se fosse bella o meno, ad un certo punto credette persino che non fosse reale, o meglio, che lui stesso non lo fosse.

Guardando dritto davanti a sé e camminando piuttosto lentamente, quasi per rubarsi quanto più tempo possibile per assaporare quell’aria surreale, notò quel particolare brulicare della pelle che da sempre lo sorprendeva ogni qualvolta che il cielo allestiva il palcoscenico per lo spettacolo degli astri notturni.

La scenografia arrossiva leggermente all’orizzonte, mentre più in alto già iniziavano a stendersi drappeggi di zaffiro, appuntati sul fondale dalle prime stelle serali, ed era nella carezza sfumata tra i due colori che veniva solleticata la sua anima.

In realtà il crepuscolo lo coglieva in quel limbo dalle sembianze oniriche soltanto in alcune particolari quanto vaghe occasioni, solitamente quando riusciva a percepire vicina l’estate o quando la stagione estiva era nella sua piena fioritura, e al ragazzo il mondo odorava d’infanzia.

Fluttuando nell’effervescenza di quel tramonto così etereo, troppo lontano da qualsivoglia costrizione terrena, aveva come l’impressione di osservare ciò che lo contornava per la prima volta, come se vi fosse stato appena sospinto da una mano divina.

Eppure, allo stesso modo, sentiva un gorgoglio nell’animo che gli sussurrava di aver vissuto in quell’iperuranio emotivo per tutta la sua vita e che avrebbe continuato a esistervi per sempre.

Era ad un passo dallo sciogliere il suo ultimo addio a quel mondo straniero laminato di realismo  della quale esistenza, per assurdo, non credeva più.

Lui era una creatura il quale animo risiedeva negli idilli crepuscolari.

Obesità psicogena e counselling

L’Obesità Psicogena rientra fra i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), in quanto è sostenuta da cause di natura psichica e non da cause mediche di natura endocrina o genetica. Si tratta di un disturbo non molto conosciuto, di cui si parla poco, o comunque meno di altri DCA, come l’anoressia e la bulimia nervosa.

La categoria diagnostica dell’Obesità Psicogena non è specificatamente descritta nel DSM-V, mentre la Classificazione Internazionale delle Malattie e dei problemi correlati, proposta dall’OMS, fa riferimento al tema dell’Iperalimentazione Psicogena, come forma di iperalimentazione associata ad altri disturbi psicologici, inquadrando il disturbo come obesità dovuta ad iperalimentazione reattiva ad uno o più fattori di stress (obesità reattiva). I Centri per la cura dei DCA includono generalmente anche questo disturbo fra quelli dei quali si occupano.

La persona che soffre di Obesità Psicogena presenta un marcato sovrappeso, in assenza di cause mediche che lo giustifichino e della diagnosi di un diverso DCA, anche se il suo quadro clinico può presentare compresenza di altri disturbi psichici (Depressione Maggiore, Disturbi di Personalità, Psicosi). Questi soggetti non sono bulimici, infatti generalmente non sono presenti le abbuffate tipiche della bulimia, che sono tipicamente limitate nel tempo, accompagnate dalla sensazione di perdere il controllo e seguite dal senso di colpa. Il cibo viene utilizzato solitamente come compensazione a fronte di stati d’animo ansiosi o depressivi e, più in generale, di un significativo disagio psicologico.

L’iperalimentazione nell’Obesità Psicogena assume una duplice valenza simbolica, in quanto mezzo inconsapevolmente utilizzato come difesa in parte dalle aggressioni esterne, perché la massa adiposa in eccesso costituisce una barriera protettiva per la persona e la mantiene all’interno di una sorta di “corazza” che la contiene e la difende dagli altri, ed in parte dai sentimenti di vuoto e disvalore, affrontati illusoriamente riempiendosi di cibo ed aumentando il proprio volume, diventando così “una persona di peso”.

Mangiare eccessivamente diventa quindi uno strumento offensivo di autoaggressione o punizione, in quanto l’iperalimentazione suscita fantasie distruttive (si pensi all’espressione “mangiare fino a scoppiare”) e l’obesità che ne consegue è correlata ad un alto rischio di mortalità e di sviluppo di patologie correlate al sovrappeso.

L’accumulo di massa grassa può inoltre rappresentare simbolicamente una sorta di “ritenzione emotiva”, perché la persona “accumula” emozioni che non riesce ad esperire o fronteggiare come tali. Il rapporto con il cibo è di conseguenza ambivalente e fortemente regressivo: l’alimentazione è utilizzata per colmare un vuoto, per nascondersi, per rinforzarsi, sviluppando uno strato protettivo esterno, e per autodistruggersi.

La personalità dei soggetti affetti da Obesità Psicogena è tipicamente carente dal punto di vista dell’autostima e dello sviluppo di una chiara identità, oltre ad essere deficitaria nell’utilizzo del linguaggio simbolico e nella capacità di distinguere ed esprimere le emozioni. Queste modalità sono correlate ad una gamma di emozioni e stati d’animo molto differenti fra loro, quali la solitudine, il senso di vuoto o di colpa, la vergogna, la rabbia o la paura, oltre che ad un’immagine di sé carente di aspetti positivi e al rifiuto dell’identità adulta sessuata.

Le condotte specifiche dell’obeso, in particolare adolescente obeso, sono essenzialmente due: l’iperfagia e l’atto di “piluccare”. Questi comportamenti possono assumere due forme:

– il grazing, che letteralmente significa “pascolare”,  caratterizzato dall’ingestione di piccole quantità di cibo in maniera continuativa nel corso dell’intera giornata;

– lo snacking, ovvero il consumo frequente di cibo ipercalorico al di fuori dei pasti.

Il risultato è un consumo eccessivo di cibo generalmente non compensato da adeguata attività fisica, che consenta al soggetto di ingrassare meno.

Secondo la Psicologia dello Sviluppo l’obesità affonda le proprie radici nell’infanzia dell’individuo ed in particolare nelle esperienze di nutrizione dei primi anni di vita. Quando la risposta che la madre fornisce a fronte di qualunque malessere del bambino è il cibo, questi crescerà senza essere in grado di distinguere i differenti disagi che prova ed  imparando a dare a tutto un’unica risposta: mangiare.

L’obeso vive di conseguenza un’importante difficoltà di riconoscimento dei bisogni del proprio corpo, affrontando in maniera confusa e disorganizzata qualunque stato di malessere lo colpisca, perché fatica a distinguere il malessere fisico da quello psicologico.

Un ciclo di incontri di counselling può supportare la persona obesa, che sceglie di seguire un piano personalizzato di dimagrimento, ed integrare quindi l’importante lavoro del medico e del nutrizionista. In alcuni casi può essere più indicato un percorso di psicoterapia, laddove l’équipe medica che si occupa del paziente ne ravvisi l’esigenza. Certamente però l’accoglienza e l’ascolto non giudicante della persona in difficoltà, la relazione empatica e la condivisione degli stati emotivi del particolare momento di vita, ovvero l’approccio del counselling della relazione d’aiuto, non possono non portare sollievo alla persona stessa, spesso confusa, scettica e demotivata dinanzi alla grande opportunità di cambiamento e di beneficio correlata alla riduzione di peso e, soprattutto, al miglioramento dello stile di vita e di condotta alimentare.

Il fitness e la cura

Riporto ai lettori alcune parti di un  interessante articolo di Agnese Ferrara, giornalista di Repubblica, sulle nuove tendenze del fitness e del suo valore preventivo, curativo e riabilitativo, pubblicato sul web a fine gennaio.

La Ferrara apre con una serie di domande che subito catturano la mia attenzione e subito ne spiega il senso:

Può  un test sul nostro livello di fitness cardiovascolare entrare a far parte delle analisi che prescrive il medico, insieme a trigliceridi, glicemia e colesterolo?

I medici includeranno nelle loro ricette i famosi 10.000 passi al giorno, esercizi con i pesi e magari lo yoga?”

 Il mondo del fitness, dopo anni di culto estetico del corpo, sta subendo una profonda trasformazione sotto la spinta della medicina preventiva. L’anno appena cominciato sarà, infatti, all’insegna del fitness medico, tendenza emergente secondo l’ultima indagine annuale sui trend mondiali, condotta dall’American College of Sports Medicine (Acsm). Gli analisti hanno contattato allenatori e operatori di palestre e centri benessere sparsi per il globo, dagli Stati Uniti a Singapore, Europa inclusa, delineando ben 42 tendenze per il 2017.

 Nelle prime dieci posizioni della classifica compare, per la prima volta, il cosiddetto fitness medico che, comunque, entra a diverso titolo anche negli sport piazzati in altre posizioni:

il risultato è che la maggioranza assoluta delle attività in palestra è volta a migliorare la salute e non più all’estetica.

La moda del momento.

 La tendenza si lega con l’uso dei dispositivi elettronici indossabili per il monitoraggio istantaneo dell’attività fisica, piccoli strumenti che occupano il primo posto della classifica e che possono essere strategici anche nel fornire un feedback ad allenatori, fisioterapisti e operatori sanitari.

I nuovi trend modificano l’organizzazione delle palestre e danno una spallata definitiva ai corsi di ginnastica più in voga fino a pochi anni fa. Escono infatti del tutto dalla graduatoria i popolarissimi zumba e le cyclette indoor di gruppo come lo spinning e i vogatori connessi fra loro. Sono fuori anche il rinomato pilates e i “boot camp” , gli allenamenti in stile addestramento militare molto seguiti negli scorsi anni.

“Aumenteranno in modo considerevole – commenta Walter Thompson, docente di Kinesiologia alla Georgia State University, coordinatore dell’indagine – le iniziative di salute globale, focalizzate sull’incoraggiamento di medici e operatori a far includere l’attività fisica nei piani di salute dei loro pazienti. Vedremo incrementare i programmi fitness presso ospedali, centri di riabilitazione, palestre convenzionate o accreditate”. Tendenza che del resto si sta già timidamente affacciando in alcuni paesi che sull’attività fisica, davvero quasi prescritta dal medico di famiglia, stanno investendo molte risorse.

Meglio dei farmaci.

<Nel mondo l’82 per cento dei 38 milioni di morti per patologie croniche – precisa Cèline Neefkes-Zonnevald, fisiologa, epidemiologa e docente all’Exercise Lab di Amsterdam, Olanda, coautrice dello studio – è causato da malattie cardiovascolari, cancro, patologie croniche respiratorie e diabete. Globalmente abbiamo sempre più bisogno di cure non farmacologiche e il fitness è lo strumento più prezioso e rivoluzionario>.

Si fanno così strada analisi e controlli oggettivi, dai quali partire per stabilire un programma di allenamento efficace e rapido. Ne sono convinti i medici dell’American Heart Association che, per la prima volta quest’anno, hanno fatto rientrare nelle nuove linee guida il test di fitness cardiorespiratorio (che indica come il corpo scambia l’ossigeno con i tessuti, e quanto) come parte integrante dell’esame medico, insieme alla misurazione della pressione arteriosa e all’elettrocardiogramma, come riportato su Circulation”.

L’articolo prosegue descrivendo calcolatori virtuali, contapassi ed altra strumentazione “fai da te”, a mio avviso di non facile ed utile impiego, nel senso che ritengo in ogni caso sempre di fondamentale importanza il controllo e la supervisione di specialisti ed esperti di settore, anche per il semplice periodico monitoraggio dell’attività fisica eseguita settimanalmente.

È interessante però porre l’attenzione sul cambio di rotta che interessa il fitness tutto, al di là delle mode del momento e delle discipline più gradite in una palestra o in una città, spesso strettamente connesse a chi le insegna e le pratica, più che alle reali conoscenze della disciplina stessa e dei suoi potenziali benefici.

Di fatto ascoltare il proprio corpo, cercare di cogliere i messaggi che questo ci invia, che siano essi di gratificazione e compiacimento o allert di malessere o difficoltà, è un’attitudine che tutti dovremmo tentare di praticare con costanza e dedizione.

Dedicare un po’ di tempo all’attività fisica, sia questa praticata all’aperto o in una palestra, proporzionata alle proprie caratteristiche  fisiche (peso, altezza, età, patologie in atto) e mentali, è in un certo senso “dedicarsi attenzione”, “accogliersi amorevolmente”…. Questo è già di per sé un tassello importante della prevenzione, della cura e della riabilitazione .

Ciascuno di noi scelga le proprie forme espressive, i movimenti che gli appartengono, le melodie che sente dentro di sé e sperimenti se stesso…. meglio con il supporto di persone, piuttosto che di macchinari, secondo me e le esperienze sportive che ho maturato nel corso degli anni, ma comunque si sperimenti! Entri nell’ affascinante gioco delle relazioni tra corpo e mente, giochi un po’ con se stesso ed un po’ con i compagni di corso o di squadra… e soprattutto respiri sempre, profondamente ed intensamente… ossigenando polmoni e pensieri, a beneficio del proprio ed altrui benessere!

Il massaggio: gioco d’energie

Riporto fedelmente uimages (1)n breve articolo rintracciato sul web, perché ritengo sia una lettura lieve e poetica dell’arte del massaggio e dei benefici psicologici e fisici, che dalla pratica di questo scaturiscono.
Massaggiare è trasferire con un tocco un po’ di sé e del proprio calore, è condividere energia, sia esso un massaggio riabilitativo o terapeutico, estetico o rilassante. Le forme, le tecniche e soprattutto le finalità del massaggio possono essere molteplici, ma l’investimento di sé in questa arte è per tutti lo stesso: chi pratica un massaggio si mette in relazione con l’altro, scambia energia, dona e riceve… e credo che Osho Rajneesh, in questo passo, lo spieghi molto bene. Buona lettura!
Il massaggio è un’arte sottile, non si tratta soltanto di abilità, ma piuttosto d’amore. Dapprima impari la tecnica ed in seguito la dimentichi.
Quando conosci profondamente il massaggio, il novanta per cento del lavoro si fa attraverso l’amore, il dieci per cento attraverso la tecnica.
Basta il contatto d’amore perché il corpo si rilassi. Se senti amore e comprensione per la persona che massaggi, se la vedi come un’energia di valore inestimabile, se le sei riconoscente per la sua fiducia in te e per il fatto che ti lascia agire su di lei con la tua energia, allora sempre più l’impressione di suonare uno strumento musicale.
Non soltanto la persona, ma anche tu sarai rilassato. Massaggiando, massaggia soltanto, non pensare a nient’altro. Entra nelle tue dita, nelle tue mani come se la tua esistenza stessa vi entrasse.
Non accontentarti di un toccare fisico. La tua anima penetra nel corpo dell’altro e le tensioni più intense si sciolgono.
Del massaggio fanne un Piacere, non un lavoro. Fanne un gioco e divertiti.
Il massaggio non è cosa ordinaria. Esso ha un enorme significato. Ci sono poche persone nate per massaggiare . Se tu sei una di quelle la tua energia può andare molto, molto in profondità. Però ci sono alcune cose che devi sempre ricordare mentre massaggi.
La persona che massaggi non ha corpo. Concepiscila come senza corpo e il tuo massaggio andrà molto in profondità. Primo pensa alla persona come se non avesse corpo, e poi pensa te stesso come se non avessi corpo. Per corpo intendo che né lui né tu siete materia, entrambi siete energia. Quando due cose materiali si toccano, c’è una collisione. Quando due energie si toccano esse semplicemente si mischiano, si uniscono e si fondono l’una nell’ altra. Non c’è collisione. Due corpi fisici sono destinati a collidere. Ogni volta che tocchi il corpo di qualcuno come corpo, e lui stesso si percepisce come corpo, ci sarà una difesa, una contrazione. L’armatura di difesa entrerà in azione.

images

Allora la prima cosa è sentire che l’altro è semplicemente una energia; tu sei anche una energia. Dopodiché comincia a giocare con l’energia come se stessi suonando una chitarra. Fa che sia musica più che massaggio. Fa che sia gioco più che lavoro. Lascia che venga dal cuore più che dalla mente. La tecnica va conosciuta, ma poi dimenticata. Uno dovrebbe conoscere la tecnica e poi non preoccuparsi di essa. Essa si radica nell’inconscio e da li funziona, ma tu muoviti attraverso l’istinto. In questo modo tu senti l’energia dell’altra persona, presenti te stesso come un fenomeno energetico, e poi due energie cominciano a giocare. Il massaggio è quasi come amare”.
Osho Rajneesh, tratto da “The shadow of the whip”, 1978